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Toro, lodisti allo scoperto: "Vogliamo aiutare Cairo" PDF Stampa E-mail

L'obiettivo è l'azionariato popolare «per garantire maggiore stabilità»

[LaStampa.it] «Més que un club». C’è un Toro che da tempo sogna di poter tradurre lo storico slogan del Barcellona nel proprio nuovo motto per senso di appartenenza, struttura societaria e ora anche vivaio sforna-campioni. «Più di un club» in teoria il Torino lo è già per storia, fascino e popolo, ma al netto degli investimenti e del bacino di tifosi, ai granata è sempre mancato il passaggio più difficile e complicato, ma da sempre quello più affascinante e discusso: l’azionariato popolare.

Nel Barça vuol dire 160mila soci che versano 150 euro all’anno e hanno il diritto di votare il proprio presidente (a giugno 2010 le prossime elezioni). I tentativi di creare soci-tifosi sotto la Mole non sono mancati, dall’idea di Goveani nel 1993 passando per «Azione Toro» o «Rinascita granata» del 2003, ma ogni volta per mancanza di credibilità, di adesioni o di concreta possibilità, tutto è naufragato e il sogno è rimasto tale. Ora una nuova fiammella si sta accendendo nel Toro per la realizzazione di una vera e propria piattaforma che possa dare un futuro serio e sereno alla società attraverso la partecipazione concreta dei sostenitori-azionisti. «È un progetto per la città e per il patrimonio storico del Toro», spiegano Pierluigi Marengo e Sergio Rodda, i lodisti che salvarono il Toro nella drammatica estate del 2005 e che ora si sono organizzati per ridare speranza ad un antico progetto. Gli organizzatori vogliono lanciare un appello a Urbano Cairo, a cui lasciarono il Torino Fc dopo l’incredibile vicenda Giovannone, per capire le sue reali intenzioni e in caso sia necessario intervenire nella società. «Innanzitutto per entrare nel Toro ci vuole l’ok di chi detiene le azioni - anticipano lo scenario - che in questo caso sono detenute al 97,5% dalla Stella Srl e al 2,5% dalla MP Service: due società che vengono controllate dalla UT Communication spa. Solo dopo si potrà comprendere come intervenire attivamente».

L’architettura complessa del Torino di Cairo, che al 31 dicembre 2008 dichiarava un patrimonio netto di appena 483mila euro, obbliga i potenziali nuovi azionisti ad agire con cautela, prudenza e soprattutto lucidità. Nessuno vuole creare false speranze in un popolo che ancora si lamenta dei famigerati mattoni del Filadelfia, venduti nel 1997 per finanziare la nuova casa granata e mai tradotti in un cantiere di ristrutturazione, ed allo stesso tempo non c'è la volontà di aiutare economicamente un presidente in difficoltà a livello di consensi e con una serie B che prosciuga le casse. L’idea è quella di sondare seriamente il campo dell’azionariato e creare le basi per un Toro più forte e stabile, capace di vivere anche senza i diritti tv nel caso peggiore di mancata promozione in serie A. Marengo e Rodda quando sfruttarono il Lodo Petrucci avevano già l’intenzione di coinvolgere il popolo granata con l’azionariato, ma l’arrivo di Cairo bloccò tutto. «Una società che riparte da zero - disse Cairo agli albori del suo arrivo -, ha bisogno di investimenti importanti. Non me la sento di chiedere ai tifosi di rimetterci dei soldi ogni anno. All’inizio preferisco che mi sostengano con gli abbonamenti allo stadio. Poi ne riparleremo con piacere». Ora quel tempo sembra essere arrivato.

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